Post populista di frustrazione civica. (premetto che il post è populista, quindi se vi fa incazzare, terminate qui la lettura)
Premessa
Ore 8.25 am, ufficio postale di piazza Santa Giulia,Torino
(La coda è composta da 8 persone. Tutti uomini. Età media sui sessanta e qualcosa). Io sono in assoluto il più giovane.
(Non conosciamo di persona i signori che compongono la fila ma dal loro aspetto e dal loro linguaggio deduciamo alcune informazioni. In poche parole ci facciamo i cazzi loro, ma loro non lo sanno, dato che indossiamo dei modernissimi auricolari).
Signore 1 (in pensione, ex dipendente, istruzione media): “Non si può più andare avanti così. Questi ci hanno fregato con la lira prima e con l'euro adesso”.
Signore 2 (in pensione, estrazione popolare): “E poi, se ci stava Berluscone finivamo anche peggio...”
Signore 3 (in pensione, estrazione popolare): “Non è che se ci fosse state abbrode (forse, Prodi)...sono tutti uguali quelli...E si alzano lo stipendio.”
Signore 1: “Una volta avevamo la miglior marina del Mondo, adesso guarda per ‘sto Schettino, ci prendono in giro tutti...”
Signore 3: “Eh sì... mio padre ci è morto in marina”.
Finalmente il campanile di piazza Santa Giulia decreta con un rintocco, la mezzora.
L’ufficio postale di piazza Santa Giulia apre i battenti quando l’orologio del campanile batte le 8.30.
L'automazione delle poste (e il conseguente restyling) mi spinge sempre a pensare (sperare) che le code saranno più snelle, il servizio e il personale più competente e professionale, i sistemi informatici migliori...insomma una compagnia all’altezza.
Prendo la corsia preferenziale in quanto correntista Bancoposta (motivo: ho uno di quei conti online a zero spese, che per uno che movimenta poco i propri soldi è assolutamente perfetto). Sono il numero 6.
Peccato che i cinque che mi precedono siano il prototipo del cliente con problemi da risolvere ADESSO, l'anziano bisognoso di una mano con il contratto d'affitto, quello che ha mille operazioni da sbrigare, quello che non ci vede (e la gentile sportellista esce dal suo bugigattolo per farlo firmare ogni volta che serve), quello che non ci sente...
Ogni volta che vado alle Poste però non posso fare a meno di fare un viaggio a ritroso nel tempo.
Fine anni Settanta, inizio anni Ottanta.
Ufficio postale di via Saorgio, apertura orario statale lun-ven 8.30-13 e tanti saluti: code infinite, nonno o nonna in coda per pagare una bolletta, fare il versamento per il Messaggero di sant’Antonio (e che ci volete fare, la nonna era devota. Comunque il mensile arrivava sempre...anzi, a dirla tutta, arriva anche adesso a casa di mia madre, che è devota per familiarità), pagare il canone Rai.
L’Ufficio Postale di via Saorgio era un luogo straordinario per un bambino.
Innanzitutto era tutto di marmo, quindi le automobiline scivolavano via che era un piacere, e poi eri talmente piccolo che ti sistemavano da qualsiasi parte e ti tenevano d’occhio con facilità, vista la ridotta capacità dell’ufficio stesso.
L’Ufficio Postale di via Saorgio era un luogo di dannazione per il cittadino.
Innanzitutto si creavano delle code epocali. D’inverno faceva caldissimo e d’estate ancora di più.
Non c’erano condizionatori e donne di età variabile si sventolavano con improbabili ventagli.
L’Ufficio Postale di via Saorgio aveva un forno industriale affianco e a qualsiasi ora della mattina c’era un profumo irresistibile di pane, biscotti e grissini.
Se penso a quante ore ho passato lì dentro...
Potrei dare un esame all’università: fenomenologia dell’essere umano italico in coda. Isterie collettive e incazzature.
Lo passerei a pieni voti.
Penso. Adesso è tutto diverso. C’è il numero, non ci sono più quelle belle code all’italiana, dove tutti vanno per cazzi propri. Il numero. Numero e sportello, accoppiati.
Eh, fosse così facile.
Ho il numero sei della corsia preferenziale per correntisti. Ma lo sportello è unico. Intanto negli sportelli normali sono passate venticinque persone. In quaranta minuti. Beh, penso, efficienti ‘ste poste italiche.
E io sono ancora in coda. Intanto due persone litigano allo sportello delle raccomandate: ma come si fa a litigare se c’è il numero? Non importa, in Italia se si può litigare si litiga.
Finalmente dopo almeno dieci persone che hanno richiesto un bollettino da compilare e qualche informazione, è il mio turno.
Devo, per automatizzare la procedura di sicurezza della mia carta prepagata, fornire il mio numero di cellulare.
Ecco il numero...
Inserito.
Siamo a posto?
Sì.
Tutto qui?
Sì, arrivederci.
Cinquantadue minuti di attesa, per trenta secondi di servizio.
La domanda è: ma non potevo fornirlo attraverso un click informatico sul mio profilo di utente, dal mio computer a casa? Con una mail? Riempiendo un modulo?
La risposta: certo, quello lo deve fare comunque. Ma il primo passo lo deve fare qui.
Esco un po’ frastornato. Come quando ti fanno una supercazzola. Lo sai che ti stanno coglionando, ma non hai voglia di insistere nella vana ricerca di una logica.
Almeno una volta ti facevano stare tre ore in coda ma c’era profumo di pane.
Fine.
Le storie del bradipo errante
Bradipeggiar m'è dolce in questo mare.
26 gennaio 2012
16 gennaio 2012
Non mi piacciono gli altri.
Prologo
Michele: “Comunque...lo vuole sapere il mio problema? Non mi piacciono gli altri...”.
Psicologo: “Chi non le piace, per esempio?”.
Michele: “Ehhhh...c’ho una lista qui dentro”.*
Non sopporto i qualunquisti.
Non sopporto quelli che si definiscono fotografi. Poi prendono uno scatto, usano (anche bene) programmi di fotoritocco e hanno un'altra foto: completamente diversa e innaturale, perchè tanto la luce, i colori, le regole di scatto e di stampa non contano.
Non sopporto quelli che il posto delle loro vacanze è sempre più bello e più interessante di quello delle tue vacanze.
Non sopporto quelli che quando sono andati loro nel posto dove sei appena stato tu... beh, era nettamente meglio di adesso.
Non sopporto gli ambientalisti, gli integralisti, i moralizzatori e gli animalisti.
Intendiamoci, le cause sono tutte assolutamente condivisibili ma voi, cari amici (e ne ho tanti) esagerate.
Io il tofu (se posso) non lo mangio.
Non amo la caccia, anzi mi fa schifo, ma mi piace il prosciutto e il mio gatto (ammesso che ne avrò mai uno) è un animale e resta un animale.
Non è un amico con cui farmi una birra, non è una compagna, un’amante: e capisco l’affetto per gli animali, ma farlo diventare un’ossessione, proprio no.
Non sopporto gli estremismi.
Non sopporto quelli che "conosco un posticino dove spendi poco, ma mangi bene".
Poi ci vai, spendi poco per davvero ma mangi da schifo e le porzioni sono anche piccole.
Non sopporto quelli che il calcio fa schifo. La politica fa schifo. Al cinema? Solo i film divertenti. La radio non la ascolto perché non mi piace. Il giornale non lo leggo perché mi mette l'angoscia.
Poi scopri che: la loro squadra va di merda, politicamente votano da vent'anni sempre la stessa roba (o peggio non votano), guardano film spazzatura, ascoltano musica peggiore e per informarsi sfogliano Leggo, Torino Cronaca e Metro.
Non sopporto quelli che non pagano le tasse.
Non sopporto quelli che dicono di pagarle, non le pagano, e poi si lamentano se le cose vanno male.
Non sopporto quelli che non pagano il bus: poi quando beccano la multa si incazzano.
Non sopporto quelli che si incazzano quando prendono una multa.
Non sopporto quelli che parlano in gergo informatico: jailbrekkato, downloadato, customizzato, fillato, upgradato, downgradato, rebuildato e poi non sanno coniugare un verbo in italiano.
Non sopporto quelli che parlano solo di lavoro. Parlano di lavoro a lavoro, parlano di lavoro in pausa caffè, sigaretta e pranzo, parlano di lavoro a casa, parlano di lavoro sempre.
Non sopporto le mode. Anzi, non sopporto le tendenze: moda è un termine troppo(poco) generico e matematico.
Non sopporto Londra e non la trovo nemmeno così fantastica come molti che ci sono stati: però sappiate che se vi piace o vi è piaciuta, io a voi vi sopporto.
È la città che non sopporto.
Anzi, forse più della città sono gli abitanti che non sopporto.
Ma non tutti. Solo quelli che vivere a Londra è cool.
Poi sono di Viterbo, non hanno mai visto niente del mondo se non quattro insegne luminose in una piazza e su una di quelle c'era pure scritto TDK.
Non sopporto quelli che non si sentono italiani.
Lo so, spesso non è un vanto esserlo, ma come ha detto mio padre quando gli ho scritto che gli andalusi sanno vivere e non mi sarebbe dispiaciuto essere uno di loro: "Fatti furbo. È meglio essere italiani. A prescindere”.
Non sopporto le ingiustizie.
Non sopporto quelli che a tutti i costi si devono divertire.
Quelli che se non fai (sempre) le sei del mattino o se non hai vissuto la tua vita al massimo, non sei nessuno. Mah...
Non sopporto quelli che hanno talento e per troppo pudore tengono piccoli gioielli nei loro cassetti artistici.
Non sopporto quelli che ascoltano i The e giù il nome del gruppo e se non li conosci o dici che non ti piacciono, sei un cretino.
Non sopporto i falsi modesti.
Spesso sono io che non mi sopporto.
E se questo sfogo viene preso troppo sul serio, beh, sappiate che non sopporto quelli che non sanno ridere di se stessi.
E siccome io sono uno di quelli che non sa ridere di se stesso, la proprietà transitiva anche questa volta è fottutamente dimostrata.
*Bianca di Nanni Moretti, 1984
Michele: “Comunque...lo vuole sapere il mio problema? Non mi piacciono gli altri...”.
Psicologo: “Chi non le piace, per esempio?”.
Michele: “Ehhhh...c’ho una lista qui dentro”.*
Non sopporto i qualunquisti.
Non sopporto quelli che si definiscono fotografi. Poi prendono uno scatto, usano (anche bene) programmi di fotoritocco e hanno un'altra foto: completamente diversa e innaturale, perchè tanto la luce, i colori, le regole di scatto e di stampa non contano.
Non sopporto quelli che il posto delle loro vacanze è sempre più bello e più interessante di quello delle tue vacanze.
Non sopporto quelli che quando sono andati loro nel posto dove sei appena stato tu... beh, era nettamente meglio di adesso.
Non sopporto gli ambientalisti, gli integralisti, i moralizzatori e gli animalisti.
Intendiamoci, le cause sono tutte assolutamente condivisibili ma voi, cari amici (e ne ho tanti) esagerate.
Io il tofu (se posso) non lo mangio.
Non amo la caccia, anzi mi fa schifo, ma mi piace il prosciutto e il mio gatto (ammesso che ne avrò mai uno) è un animale e resta un animale.
Non è un amico con cui farmi una birra, non è una compagna, un’amante: e capisco l’affetto per gli animali, ma farlo diventare un’ossessione, proprio no.
Non sopporto gli estremismi.
Non sopporto quelli che "conosco un posticino dove spendi poco, ma mangi bene".
Poi ci vai, spendi poco per davvero ma mangi da schifo e le porzioni sono anche piccole.
Non sopporto quelli che il calcio fa schifo. La politica fa schifo. Al cinema? Solo i film divertenti. La radio non la ascolto perché non mi piace. Il giornale non lo leggo perché mi mette l'angoscia.
Poi scopri che: la loro squadra va di merda, politicamente votano da vent'anni sempre la stessa roba (o peggio non votano), guardano film spazzatura, ascoltano musica peggiore e per informarsi sfogliano Leggo, Torino Cronaca e Metro.
Non sopporto quelli che non pagano le tasse.
Non sopporto quelli che dicono di pagarle, non le pagano, e poi si lamentano se le cose vanno male.
Non sopporto quelli che non pagano il bus: poi quando beccano la multa si incazzano.
Non sopporto quelli che si incazzano quando prendono una multa.
Non sopporto quelli che parlano in gergo informatico: jailbrekkato, downloadato, customizzato, fillato, upgradato, downgradato, rebuildato e poi non sanno coniugare un verbo in italiano.
Non sopporto quelli che parlano solo di lavoro. Parlano di lavoro a lavoro, parlano di lavoro in pausa caffè, sigaretta e pranzo, parlano di lavoro a casa, parlano di lavoro sempre.
Non sopporto le mode. Anzi, non sopporto le tendenze: moda è un termine troppo(poco) generico e matematico.
Non sopporto Londra e non la trovo nemmeno così fantastica come molti che ci sono stati: però sappiate che se vi piace o vi è piaciuta, io a voi vi sopporto.
È la città che non sopporto.
Anzi, forse più della città sono gli abitanti che non sopporto.
Ma non tutti. Solo quelli che vivere a Londra è cool.
Poi sono di Viterbo, non hanno mai visto niente del mondo se non quattro insegne luminose in una piazza e su una di quelle c'era pure scritto TDK.
Non sopporto quelli che non si sentono italiani.
Lo so, spesso non è un vanto esserlo, ma come ha detto mio padre quando gli ho scritto che gli andalusi sanno vivere e non mi sarebbe dispiaciuto essere uno di loro: "Fatti furbo. È meglio essere italiani. A prescindere”.
Non sopporto le ingiustizie.
Non sopporto quelli che a tutti i costi si devono divertire.
Quelli che se non fai (sempre) le sei del mattino o se non hai vissuto la tua vita al massimo, non sei nessuno. Mah...
Non sopporto quelli che hanno talento e per troppo pudore tengono piccoli gioielli nei loro cassetti artistici.
Non sopporto quelli che ascoltano i The e giù il nome del gruppo e se non li conosci o dici che non ti piacciono, sei un cretino.
Non sopporto i falsi modesti.
Spesso sono io che non mi sopporto.
E se questo sfogo viene preso troppo sul serio, beh, sappiate che non sopporto quelli che non sanno ridere di se stessi.
E siccome io sono uno di quelli che non sa ridere di se stesso, la proprietà transitiva anche questa volta è fottutamente dimostrata.
*Bianca di Nanni Moretti, 1984
08 novembre 2011
Insieme a te non ci sto più
Qualsiasi tipo di fallimento ha bisogno della sua claque.
Bambini venite parvulos, c'è un applauso da fare al Bau Bau,
si avvicina sorridendo, l'arrotino col suo Know-How,
venuto a prendere perline e a regalare crack.
Francesco De Gregori, dall'album Miramare 19.4.89 (1989)
Si sente odore di vecchio. Stantio.
Si consuma nelle stanze del potere la fine (politica?) di un uomo che ha segnato nel bene e nel male la storia del nostro paese.
Con lui sta morendo l’esercito di nani e ballerine, di yesman, servi e schiavi che per anni lo hanno coccolato, difeso a spada tratta.
Mentre il paese è sull’orlo del baratro economico, Berlusconi fronteggia la difficile crisi economica con un immobilismo di gattopardiana memoria.
Il suo governo assiste impietrito ai disastri ambientali e alle morti indiscriminate, con gli industriali che gli voltano le spalle, mentre l'esecutivo non risponde ai bisogni primari dei cittadini, e il nome dell'Italia viene deriso dai governanti di mezzo mondo, mandando in pezzi la credibilità dell’Italia a livello internazionale.
Scrivo queste parole mentre i giannizzeri, salutano il sultano e in ordine sparso si accasano altrove, lo accusano e lo insultano, lo invitano ad abbandonare e, pochi pochissimi, peones lo blandiscono e lo invitano a tenere il comando.
Colpisce soprattutto il fatto che l’uomo capace di governare 9 degli ultimi 11 anni, con la più vasta maggioranza politica dell'ultimo periodo, non sia riuscito a far sterzare il paese, avvitato su se stesso e in picchiata verso il baratro del fallimento economico.
Colpiscono in maniera particolare certi atteggiamenti privi di ogni logica, che dicono inequivocabilmente che il vento è cambiato.
E così, in un piovoso lunedì mattina di fine impero, Guido Crosetto, uno dei fedelissimi della prima ora, si lascia andare: [...]oggi quella testa di cazzo doveva andare a Milano aveva degli appuntamenti...si dimetterà domani...cazzo andiamo avanti a fare... [...].
Gaetano Pecorella, uno dei primi a seguire SB dal 1993 insiste: Il mercato dice chiaramente che Berlusconi è un danno per il paese. E' un dato di fatto che la borsa è salita in relazione alla notizia delle sue dimissioni. Il premier deve prendere atto che in questo momento bisogna farsi da parte e bisogna voltare pagina. Anche i mercati aspettano un cambiamento.
Isabella Bertolini, una delle donne Pdl finite nel dimenticatoio per far posto alle amazzoni dai tacchi alti, qualche minuto prima dell'incontro con il premier anticipa che voterà sì. Ma precisa: E' solo un atto di ragioneria. Non si può andare avanti con questa inerzia, con un ministro dell'Economia latitante.
Giorgio Stracquadanio beccato dai giornalisti all'uscita di Palazzo Grazioli tenta la fuga, poi si chiude in un blindato dei carabinieri. Solo dopo alcuni minuti esce e dichiara: Berlusconi ce la farà perché è un uomo di Stato e gli uomini di Stato ce la fanno sempre.
[...]Come ci fa cambiare? E noi che siamo come cani. Senza padroni*[...]
Siamo alla fine. Ognuno va per conto suo. Allo sbando. Alla ricerca di un nuovo padrone, pronti a salire sul carro del vincitore, di corsa mentre la barca affonda.
E mentre il sultano continua imperterrito a dire vado avanti (il noi tireremo diritto di mussoliniana memoria) o la solita bouttanade (scusate la licenza poetica) In Italia non si trovano posti in aereo e nei ristoranti, c'è gente nei negozi... non vedo la crisi - il primo atto si consuma e la fine si avvicina.
L’uomo, disperato, chiede la conta e i nomi dei traditori.
La paura della fine lo avvolge e adesso In nome di Dio, dell'Italia e dell'Europa**, cali il sipario.
*Battere e levare dall'album Prendere e lasciare, Francesco De Gregori (1996
**In God's name, go titolo del Financial Times di sabato 5 novembre 2011
http://www.ft.com/cms/s/0/9c118294-06fc-11e1-90de-00144feabdc0.html#axzz1d8AtlXbs
Bambini venite parvulos, c'è un applauso da fare al Bau Bau,
si avvicina sorridendo, l'arrotino col suo Know-How,
venuto a prendere perline e a regalare crack.
Francesco De Gregori, dall'album Miramare 19.4.89 (1989)
Si sente odore di vecchio. Stantio.
Si consuma nelle stanze del potere la fine (politica?) di un uomo che ha segnato nel bene e nel male la storia del nostro paese.
Con lui sta morendo l’esercito di nani e ballerine, di yesman, servi e schiavi che per anni lo hanno coccolato, difeso a spada tratta.
Mentre il paese è sull’orlo del baratro economico, Berlusconi fronteggia la difficile crisi economica con un immobilismo di gattopardiana memoria.
Il suo governo assiste impietrito ai disastri ambientali e alle morti indiscriminate, con gli industriali che gli voltano le spalle, mentre l'esecutivo non risponde ai bisogni primari dei cittadini, e il nome dell'Italia viene deriso dai governanti di mezzo mondo, mandando in pezzi la credibilità dell’Italia a livello internazionale.
Scrivo queste parole mentre i giannizzeri, salutano il sultano e in ordine sparso si accasano altrove, lo accusano e lo insultano, lo invitano ad abbandonare e, pochi pochissimi, peones lo blandiscono e lo invitano a tenere il comando.
Colpisce soprattutto il fatto che l’uomo capace di governare 9 degli ultimi 11 anni, con la più vasta maggioranza politica dell'ultimo periodo, non sia riuscito a far sterzare il paese, avvitato su se stesso e in picchiata verso il baratro del fallimento economico.
Colpiscono in maniera particolare certi atteggiamenti privi di ogni logica, che dicono inequivocabilmente che il vento è cambiato.
E così, in un piovoso lunedì mattina di fine impero, Guido Crosetto, uno dei fedelissimi della prima ora, si lascia andare: [...]oggi quella testa di cazzo doveva andare a Milano aveva degli appuntamenti...si dimetterà domani...cazzo andiamo avanti a fare... [...].
Gaetano Pecorella, uno dei primi a seguire SB dal 1993 insiste: Il mercato dice chiaramente che Berlusconi è un danno per il paese. E' un dato di fatto che la borsa è salita in relazione alla notizia delle sue dimissioni. Il premier deve prendere atto che in questo momento bisogna farsi da parte e bisogna voltare pagina. Anche i mercati aspettano un cambiamento.
Isabella Bertolini, una delle donne Pdl finite nel dimenticatoio per far posto alle amazzoni dai tacchi alti, qualche minuto prima dell'incontro con il premier anticipa che voterà sì. Ma precisa: E' solo un atto di ragioneria. Non si può andare avanti con questa inerzia, con un ministro dell'Economia latitante.
Giorgio Stracquadanio beccato dai giornalisti all'uscita di Palazzo Grazioli tenta la fuga, poi si chiude in un blindato dei carabinieri. Solo dopo alcuni minuti esce e dichiara: Berlusconi ce la farà perché è un uomo di Stato e gli uomini di Stato ce la fanno sempre.
[...]Come ci fa cambiare? E noi che siamo come cani. Senza padroni*[...]
Siamo alla fine. Ognuno va per conto suo. Allo sbando. Alla ricerca di un nuovo padrone, pronti a salire sul carro del vincitore, di corsa mentre la barca affonda.
E mentre il sultano continua imperterrito a dire vado avanti (il noi tireremo diritto di mussoliniana memoria) o la solita bouttanade (scusate la licenza poetica) In Italia non si trovano posti in aereo e nei ristoranti, c'è gente nei negozi... non vedo la crisi - il primo atto si consuma e la fine si avvicina.
L’uomo, disperato, chiede la conta e i nomi dei traditori.
La paura della fine lo avvolge e adesso In nome di Dio, dell'Italia e dell'Europa**, cali il sipario.
*Battere e levare dall'album Prendere e lasciare, Francesco De Gregori (1996
**In God's name, go titolo del Financial Times di sabato 5 novembre 2011
http://www.ft.com/cms/s/0/9c118294-06fc-11e1-90de-00144feabdc0.html#axzz1d8AtlXbs
04 novembre 2011
La fedeltà del segugio.
Premessa.
La lunga settimana di coppe, per me è come un rosario da sgranare.
Partite, tante. Goal, tanti. Una pioggia di cartellini rossi, gialli, sostituzioni e un caldo insopportabile nell’ufficio che ci contiene.
Poi si torna a casa. L’adrenalina è alle stelle. Non riesco a dormire subito.
Poi crollo. Stanco.
E il mattino dopo mi sveglio presto. Non riesco a dormire a lungo.
E il mattino dopo le serate lavorative, inevitabilmente, squilla il citofono. Oppure, se non mi ricordo di silenziarlo, squilla il telefono.
Come stamattina. Ore 9e16 am.
Avrei dovuto capire, da una semplice telefonata, che questa giornata sarebbe stata difficile.
“Pronto!”
“Buongiorno. È il Sig. Danilo?” (da leggere tutto con accento barese)
“Sì, buongiorno. Con chi parlo?”
“Sono Simona. Della 3 (la compagnia telefonica di cui sono cliente ndr). Buongiorno...senta vorrei proporle una offerta visto che la sua fedeltà alla nostra compagnia dura da due anni...”
“Sì, senta, in questo momento...”
“No, mi lasci parlare...noi abbiamo la possibilità di offrirle un Galaxy a 99 euro con ricarica a 30 euro mensili oppure un Galaxy a 199 con ricarica a 20 euro mensili...”
“No, senta...non mi interessa anche perchè...”
“Perchè?”
“Ma perchè non è un’offerta che mi interessa...”
“Ah...ho capito...a lei non interessa perchè lei è...come si dice...”
“Non lo so...come si dice??”
“Perchè lei è un segugio (forse voleva dire seguace...ma poi al massimo utente...) della Apple!! Lei possiede un Iphone3gs. E allora noi le proponiamo l’iphone 4. Alle stesse cifre. Anche se mi scusi, sig.Danilo, lei dovrebbe cambiare piano tariffario...se mi consente.”
“Mah, veramente...Io mi trovo bene così...”
“No. Perchè lei spende mediamente 21.5 euro al mese...e con una piccola aggiunta si porta a casa il nuovo Iphone...”
“Beh...sarebbero 10 euro in più...al mese! Però se mi proponeste il 4s...”
“No. Io le propongo l’Iphone 4.”
“Beh...c’è una bella differenza.”
“Ma guardi signor Danilo...che non c’è tanta differenza tra il 4g e il 4s...”
“Mah...guardi Simona...le differenze ci sono eccome. Ma comunque non si pone il problema per tre motivi.”
“Tre motivi?”
“Sì. Il primo motivo è che mi offrite il 4g e non il 4s. Il secondo è che l’offerta continua a non interessarmi. E il terzo motivo è che dovrei spendere 10 euro in più di quanto spendo adesso...”
“Vabbeh, Sig. Danilo cosa vuole che siano 10 euro...non si va nemmeno al cinema, non ci si mangia nemmeno una pizza. Facciamo così. La richiamo tra due ore. Magari ci pensa e decide. Io le consiglierei l’offerta da 30 euro al mese.”
“No. Non mi richiami tra due ore.”
“Allora la richiamo martedì (perchè martedì? Ndr).”
“E mi richiami pure...ma continuo a non essere interessato.”
“Allora ci sentiamo martedì. Grazie per avere scelto 3.”
“Prego. Arrivederci.”
La lunga settimana di coppe, per me è come un rosario da sgranare.
Partite, tante. Goal, tanti. Una pioggia di cartellini rossi, gialli, sostituzioni e un caldo insopportabile nell’ufficio che ci contiene.
Poi si torna a casa. L’adrenalina è alle stelle. Non riesco a dormire subito.
Poi crollo. Stanco.
E il mattino dopo mi sveglio presto. Non riesco a dormire a lungo.
E il mattino dopo le serate lavorative, inevitabilmente, squilla il citofono. Oppure, se non mi ricordo di silenziarlo, squilla il telefono.
Come stamattina. Ore 9e16 am.
Avrei dovuto capire, da una semplice telefonata, che questa giornata sarebbe stata difficile.
“Pronto!”
“Buongiorno. È il Sig. Danilo?” (da leggere tutto con accento barese)
“Sì, buongiorno. Con chi parlo?”
“Sono Simona. Della 3 (la compagnia telefonica di cui sono cliente ndr). Buongiorno...senta vorrei proporle una offerta visto che la sua fedeltà alla nostra compagnia dura da due anni...”
“Sì, senta, in questo momento...”
“No, mi lasci parlare...noi abbiamo la possibilità di offrirle un Galaxy a 99 euro con ricarica a 30 euro mensili oppure un Galaxy a 199 con ricarica a 20 euro mensili...”
“No, senta...non mi interessa anche perchè...”
“Perchè?”
“Ma perchè non è un’offerta che mi interessa...”
“Ah...ho capito...a lei non interessa perchè lei è...come si dice...”
“Non lo so...come si dice??”
“Perchè lei è un segugio (forse voleva dire seguace...ma poi al massimo utente...) della Apple!! Lei possiede un Iphone3gs. E allora noi le proponiamo l’iphone 4. Alle stesse cifre. Anche se mi scusi, sig.Danilo, lei dovrebbe cambiare piano tariffario...se mi consente.”
“Mah, veramente...Io mi trovo bene così...”
“No. Perchè lei spende mediamente 21.5 euro al mese...e con una piccola aggiunta si porta a casa il nuovo Iphone...”
“Beh...sarebbero 10 euro in più...al mese! Però se mi proponeste il 4s...”
“No. Io le propongo l’Iphone 4.”
“Beh...c’è una bella differenza.”
“Ma guardi signor Danilo...che non c’è tanta differenza tra il 4g e il 4s...”
“Mah...guardi Simona...le differenze ci sono eccome. Ma comunque non si pone il problema per tre motivi.”
“Tre motivi?”
“Sì. Il primo motivo è che mi offrite il 4g e non il 4s. Il secondo è che l’offerta continua a non interessarmi. E il terzo motivo è che dovrei spendere 10 euro in più di quanto spendo adesso...”
“Vabbeh, Sig. Danilo cosa vuole che siano 10 euro...non si va nemmeno al cinema, non ci si mangia nemmeno una pizza. Facciamo così. La richiamo tra due ore. Magari ci pensa e decide. Io le consiglierei l’offerta da 30 euro al mese.”
“No. Non mi richiami tra due ore.”
“Allora la richiamo martedì (perchè martedì? Ndr).”
“E mi richiami pure...ma continuo a non essere interessato.”
“Allora ci sentiamo martedì. Grazie per avere scelto 3.”
“Prego. Arrivederci.”
19 ottobre 2011
Ball possession 71-29*.
Premessa.
Sulla mia libreria c’è un pallone da calcio ufficiale.
Da gara.
-Ma scusa perchè tieni un pallone sullo scaffale?
-Ma, sai com’è...è un ricordo. Poi non è uno scaffale. È una libreria.
-Sì, ok ma è pur sempre un pallone.
-Lo so, lo so. Ma l’ultimo pallone ufficiale, quello dei Mondiali di Corea me lo hanno ciulato. Un piciu alla prima partita della nostra squadra lo aveva scaraventato fuori dalla recinzione del campo Vanchiglia.
-Il Vanchiglia? Dietro il Parco della Colletta?
-Sì, quello. Quindi preferisco fargli prendere polvere sul mio scaffale-libreria piuttosto che farmelo ciulare da uno che porta a pisciare il cane...e che, mentre il cane piscia, vede un pallone ufficiale nuovo e bellissimo, e me lo ciula!
-Quindi non lo userai mai?
-Non credo. Anche se magari una volta, se ho voglia, sposto il divano e faccio due tiri.
-Sì, guarda che non è un pallina di spugna...E casa tua non è l’Olimpico.
-Lo so ma sui campi sintetici diventerebbe subito sporco...
-Vabbè ma è un pallone.
-Ma è un ricordo.
-Una foto è un ricordo.
-Vabbè...dai è un souvenir.
-Una statuetta con scritto “Ricordo di...”. Quello è un souvenir. O un bel piatto di ceramica.
-Ok. Ma a me fanno cacare sia i piatti che le statuette!
Era sempre stato insofferente ai souvenir.
Gli mettevano tristezza.
E quel pallone esibito come un trofeo lo rendeva orgoglioso.
-Oh...poi non ti incazzare. Io non lo esporrei. Io ci giocherei.
-E se poi si buca?
-Ma cazzo...è un pallone! Certo che si buca. O si incastra sotto un auto. Oppure finisce nel cortile del vicino. Magari azzannato da un cane...oppure...
-Oppure finisce che me lo ciulano...
-Guardala così. Un pallone non si ciula. È usucapione.
-Cosa cazzo sei? Un avvocato? Se io ho un pallone e lo perdo –temporaneamente- e mentre lo cerco, tu me lo ciuli...non è usucapione. È che hai ciulato una cosa mia. Si chiama furto.
-Ho capito. Ma pensa se finisce nelle mani giuste. Magari quelle di un bambino che ne ha persi tre o quattro. O magari sono arrivati dei bulli e glielo hanno ciulato a lui...magari gliene sono finiti due o tre su un albero...
-No, ma scusa. Fammi capire. Il mio pallone avrebbe un ruolo socio-pedagogico in questa cazzo di società?
-Beh, perchè no.
-Ma perchè no.
Si ripromise di nascondere il pallone. Di chiuderlo in un armadio. E di non pensarci più.
Come un souvenir. Una cosa da custodire. Una reliquia.
-Lo stai violentando.
-Ma chi?
-Il pallone...
-Io starei violentando il pallone?
-Eh sì...lui è costruito per rotolare, per essere preso a calci, per volare in aria...tu lo lasci su uno scaffale...
-...A parte che non è uno scaffale, ma è una libreria...
-Sarà, ma lì è proprio sprecato.
Oramai il tarlo aveva iniziato il suo lavoro. Ronzavano nella testa le parole dell’amico. Pallone, souvenir, usucapione, violenza, scaffale...
Era mercoledì. La solita partita del venerdì si avvicinava.
Leggeva i nomi dei partecipanti e valutava la possibilità di usare IL pallone. Leggeva i nomi come in una litania.
E se succedesse di nuovo? Troppe analogie con la volta scorsa...pallone proveniente da una trasferta.
Da un mondiale under17. Pallone originale.
E se fossi io a scaraventarlo fuori dalle recinzioni?
Uppercarità.
Quasi quasi lo sgonfio e lo chiudo nell’armadio.
Troppo scaramantico per non pensare all’eventualità neanche troppo remota di non riportarlo a casa...
Lo lasciò sullo scaffale. Dava veramente un tono all’ambiente.
*Statistica ufficiale Barcelona v Plzen, possesso palla 71% a 29%.
Sulla mia libreria c’è un pallone da calcio ufficiale.
Da gara.
-Ma scusa perchè tieni un pallone sullo scaffale?
-Ma, sai com’è...è un ricordo. Poi non è uno scaffale. È una libreria.
-Sì, ok ma è pur sempre un pallone.
-Lo so, lo so. Ma l’ultimo pallone ufficiale, quello dei Mondiali di Corea me lo hanno ciulato. Un piciu alla prima partita della nostra squadra lo aveva scaraventato fuori dalla recinzione del campo Vanchiglia.
-Il Vanchiglia? Dietro il Parco della Colletta?
-Sì, quello. Quindi preferisco fargli prendere polvere sul mio scaffale-libreria piuttosto che farmelo ciulare da uno che porta a pisciare il cane...e che, mentre il cane piscia, vede un pallone ufficiale nuovo e bellissimo, e me lo ciula!
-Quindi non lo userai mai?
-Non credo. Anche se magari una volta, se ho voglia, sposto il divano e faccio due tiri.
-Sì, guarda che non è un pallina di spugna...E casa tua non è l’Olimpico.
-Lo so ma sui campi sintetici diventerebbe subito sporco...
-Vabbè ma è un pallone.
-Ma è un ricordo.
-Una foto è un ricordo.
-Vabbè...dai è un souvenir.
-Una statuetta con scritto “Ricordo di...”. Quello è un souvenir. O un bel piatto di ceramica.
-Ok. Ma a me fanno cacare sia i piatti che le statuette!
Era sempre stato insofferente ai souvenir.
Gli mettevano tristezza.
E quel pallone esibito come un trofeo lo rendeva orgoglioso.
-Oh...poi non ti incazzare. Io non lo esporrei. Io ci giocherei.
-E se poi si buca?
-Ma cazzo...è un pallone! Certo che si buca. O si incastra sotto un auto. Oppure finisce nel cortile del vicino. Magari azzannato da un cane...oppure...
-Oppure finisce che me lo ciulano...
-Guardala così. Un pallone non si ciula. È usucapione.
-Cosa cazzo sei? Un avvocato? Se io ho un pallone e lo perdo –temporaneamente- e mentre lo cerco, tu me lo ciuli...non è usucapione. È che hai ciulato una cosa mia. Si chiama furto.
-Ho capito. Ma pensa se finisce nelle mani giuste. Magari quelle di un bambino che ne ha persi tre o quattro. O magari sono arrivati dei bulli e glielo hanno ciulato a lui...magari gliene sono finiti due o tre su un albero...
-No, ma scusa. Fammi capire. Il mio pallone avrebbe un ruolo socio-pedagogico in questa cazzo di società?
-Beh, perchè no.
-Ma perchè no.
Si ripromise di nascondere il pallone. Di chiuderlo in un armadio. E di non pensarci più.
Come un souvenir. Una cosa da custodire. Una reliquia.
-Lo stai violentando.
-Ma chi?
-Il pallone...
-Io starei violentando il pallone?
-Eh sì...lui è costruito per rotolare, per essere preso a calci, per volare in aria...tu lo lasci su uno scaffale...
-...A parte che non è uno scaffale, ma è una libreria...
-Sarà, ma lì è proprio sprecato.
Oramai il tarlo aveva iniziato il suo lavoro. Ronzavano nella testa le parole dell’amico. Pallone, souvenir, usucapione, violenza, scaffale...
Era mercoledì. La solita partita del venerdì si avvicinava.
Leggeva i nomi dei partecipanti e valutava la possibilità di usare IL pallone. Leggeva i nomi come in una litania.
E se succedesse di nuovo? Troppe analogie con la volta scorsa...pallone proveniente da una trasferta.
Da un mondiale under17. Pallone originale.
E se fossi io a scaraventarlo fuori dalle recinzioni?
Uppercarità.
Quasi quasi lo sgonfio e lo chiudo nell’armadio.
Troppo scaramantico per non pensare all’eventualità neanche troppo remota di non riportarlo a casa...
Lo lasciò sullo scaffale. Dava veramente un tono all’ambiente.
*Statistica ufficiale Barcelona v Plzen, possesso palla 71% a 29%.
09 agosto 2011
Le notti bianche di Pachuca ovvero Cielito lindo, un bradipo in Messico – Sesta e ultima parte –
Compendio semiserio alla conoscenza della città di Pachuca e del popolo messicano.
Il torneo
Sembra incredibile, lavorare per il calcio e non parlarne.
E allora annoto come sempre sul mio taccuino qualche nome, giusto per verificare la mia bravura di talentscout.
Non ho visto giocare il capocannoniere di questo torneo, l'ivoriano Coulibaly, ma dato che giocherà nel Siena potremo giudicarlo. Ha fatto 9 goal in 4 partite quindi, qualcosa di buono, questo ragazzo lo dovrà pur avere.
Mi sono piaciuti molto Carlos Fierro, centravanti di manovra del Messico, John Lundstram centrocampista dell'Inghilterra con lo stile di Gerrard, Elbio Álvarez centrocampista fosforo e quantità per l'Uruguay, l'argentino Brian Ferreira regista alla Antognoni vecchia maniera.
Le casse, la valigia
Potrei riscrivere le stesse identiche cose, ogni volta che arrivo alla fine di una trasferta.
Finisci un lavoro, chiudi le casse e quel posto è un po' casa tua.
Ovunque lascio il mio cappello, questa è casa mia diceva Marvin Gaye.
Non lascio il mio cappello. Ma un piccolo pezzetto di cuore resta qua.
Nella piccola infinitesimale parte di Messico che mai avrei immaginato così.
Resta l'esperienza. Un timbro sul passaporto, un abbraccio con i compagni di viaggio e di lavoro.
Souvenir dal Messico.
Ps. A distanza di un mese dal ritorno a casa, scopro che il post di commiato era lì, come dimenticato.
Mi mancava un tassello. Come se avessi dipinto una parete e avessi lasciato un quadratino intonso.
Dipinto anche questo pezzo di mondo si torna alle piccole gioie quotidiane.
E si riparte.
Il torneo
Sembra incredibile, lavorare per il calcio e non parlarne.
E allora annoto come sempre sul mio taccuino qualche nome, giusto per verificare la mia bravura di talentscout.
Non ho visto giocare il capocannoniere di questo torneo, l'ivoriano Coulibaly, ma dato che giocherà nel Siena potremo giudicarlo. Ha fatto 9 goal in 4 partite quindi, qualcosa di buono, questo ragazzo lo dovrà pur avere.
Mi sono piaciuti molto Carlos Fierro, centravanti di manovra del Messico, John Lundstram centrocampista dell'Inghilterra con lo stile di Gerrard, Elbio Álvarez centrocampista fosforo e quantità per l'Uruguay, l'argentino Brian Ferreira regista alla Antognoni vecchia maniera.
Le casse, la valigia
Potrei riscrivere le stesse identiche cose, ogni volta che arrivo alla fine di una trasferta.
Finisci un lavoro, chiudi le casse e quel posto è un po' casa tua.
Ovunque lascio il mio cappello, questa è casa mia diceva Marvin Gaye.
Non lascio il mio cappello. Ma un piccolo pezzetto di cuore resta qua.
Nella piccola infinitesimale parte di Messico che mai avrei immaginato così.
Resta l'esperienza. Un timbro sul passaporto, un abbraccio con i compagni di viaggio e di lavoro.
Souvenir dal Messico.
Ps. A distanza di un mese dal ritorno a casa, scopro che il post di commiato era lì, come dimenticato.
Mi mancava un tassello. Come se avessi dipinto una parete e avessi lasciato un quadratino intonso.
Dipinto anche questo pezzo di mondo si torna alle piccole gioie quotidiane.
E si riparte.
02 luglio 2011
Le notti bianche di Pachuca ovvero Cielito lindo, un bradipo in Messico – Quinta parte –
Compendio semiserio alla conoscenza della città di Pachuca e del popolo messicano.
Premessa
Non è l'alba. E' proprio notte.
Piove incessantemente. Da circa 36 ore.
E' il ciclone tropicale Arlene.
Mancava giusto questo.
Nel tv compound l'acqua sommerge i cavi.
Alla finestra del nostro ufficio sacchi di plastica e stracci per evitare che l'acqua si infiltri.
Piove a secchi. Ci si chiede come potranno giocare due partite in rapida successione sullo stesso campo.
Il campo tiene, drena e si gioca senza particolari problemi.
Mancano pochi giorni oramai.
Un giretto in centro città, un po' di tennis in tv e la finestra dell'albergo con la stessa immagine che si ripete in continuazione.
La nebbia sulle montagne, il centro commerciale Liverpool, i volti di camerieri e inservienti, Gil e Alfredo che hanno, per fortuna, sostituito il nostro primo ed inquietante autista.
Gil sbaglia spesso strada e parla un italiano stentato, chiede sempre il significato delle parole, racconta storie simpatiche.
Alfredo è fortissimo. Fuma come due messicani. Piccolo, ha una moglie più giovane di lui di vent'anni, racconta sempre di aver lavorato con i napoletani su una nave da crociera tra Acapulco e gli Usa.
La trasferta è anche questo.
Ricordarsi delle facce.
Ricordarsi delle persone.
Perchè sono i piccoli momenti che fanno la differenza.
Un profumo. E il cielo
Momenti che fanno la differenza. Il profumo della marijuana che arriva dai campi incolti, il cielo che si apre piano piano. La pioggia che non cade più.
Una tequila. E il cielo che riprende a lacrimare.
La strada di ritorno verso l'albergo.
Un'altra notte che passa rapidamente.
Le ore di differenza con l'Italia in un continuo rincorrersi tra giorno e notte.
Dormo poco ma oramai è una costante.
Uno sguardo al nulla di Pachuca.
Ed è ora di tornare.
Premessa
Non è l'alba. E' proprio notte.
Piove incessantemente. Da circa 36 ore.
E' il ciclone tropicale Arlene.
Mancava giusto questo.
Nel tv compound l'acqua sommerge i cavi.
Alla finestra del nostro ufficio sacchi di plastica e stracci per evitare che l'acqua si infiltri.
Piove a secchi. Ci si chiede come potranno giocare due partite in rapida successione sullo stesso campo.
Il campo tiene, drena e si gioca senza particolari problemi.
Mancano pochi giorni oramai.
Un giretto in centro città, un po' di tennis in tv e la finestra dell'albergo con la stessa immagine che si ripete in continuazione.
La nebbia sulle montagne, il centro commerciale Liverpool, i volti di camerieri e inservienti, Gil e Alfredo che hanno, per fortuna, sostituito il nostro primo ed inquietante autista.
Gil sbaglia spesso strada e parla un italiano stentato, chiede sempre il significato delle parole, racconta storie simpatiche.
Alfredo è fortissimo. Fuma come due messicani. Piccolo, ha una moglie più giovane di lui di vent'anni, racconta sempre di aver lavorato con i napoletani su una nave da crociera tra Acapulco e gli Usa.
La trasferta è anche questo.
Ricordarsi delle facce.
Ricordarsi delle persone.
Perchè sono i piccoli momenti che fanno la differenza.
Un profumo. E il cielo
Momenti che fanno la differenza. Il profumo della marijuana che arriva dai campi incolti, il cielo che si apre piano piano. La pioggia che non cade più.
Una tequila. E il cielo che riprende a lacrimare.
La strada di ritorno verso l'albergo.
Un'altra notte che passa rapidamente.
Le ore di differenza con l'Italia in un continuo rincorrersi tra giorno e notte.
Dormo poco ma oramai è una costante.
Uno sguardo al nulla di Pachuca.
Ed è ora di tornare.
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